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Intervista esclusiva a Franco Costantini autore di TOTTEIDE

“L’immortalità” di Totti è un dato già acquisito. A prescindere da ciò che accadrà in futuro, il Capitano è già leggenda: per quello che ha fatto; ma anche per quello che NON ha fatto". (Intervista a cura di Massimo Salvo
Redazione de Il Legionario
inserita un anno fa
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18:00
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Chissà come ci si deve sentire quando, al risveglio in un caldo giorno di fine luglio, Amazon ti comunica che nella classifica dei bestseller kindle il tuo libro supera per distacco mostri sacri come Omero, Carl Gibran, Cesare Pavese, Charles Baudelaire e Dante Alighieri (solo per citarne alcuni). Il tutto nonostante il tuo libro sia in commercio già da tre anni. Lo abbiamo chiesto direttamente all'autore, quel Franco Costantini (classe ’58) attualmente impegnato in una rassegna poetica a Ravenna e prossimo ad altri eventi nella Capitale.

«O almo Sole, che con raggio biondo / l’oscurità disperdi de le notti, / tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma o di Francesco Totti». Si apre così il VI canto di “Totteide”, il poema epico che nel 2013 lei ha dedicato al capitano giallorosso. A distanza di tre anni, alla luce del tanto agognato rinnovo del contratto, quella quartina è divenuta quanto mai attuale: possiamo dire che, oltre a scrittore e poeta, lei è anche un po’ veggente?

«No. Nel senso che “l’immortalità” di Totti è un dato secondo me già acquisito. A prescindere da ciò che accadrà in futuro (a breve, medio e lungo termine), il capitano è già leggenda: per quello che ha fatto; ma anche per quello che NON ha fatto. Qualche esempio: NON ha mai ceduto al fascino di maggiori guadagni e glorie personali; NON ha brontolato quando Osvaldo gli ha “scippato” il rigore contro la Samp; NON ha bofonchiato quando è stato messo in campo a tre minuti dalla fine; NON ha fatto esultanze polemiche quando poi, in quella stessa gara, realizzò una doppietta…. Insomma, il nostro Capitano è speciale. E illumina i cuori dei tifosi giallorossi proprio come “l’almo Sole” illumina il mondo».

Ben 1800 endecasillabi, divisi in quasi 130 pagine con tanto di note argomentate nel taglio basso: a noi lettori o uditori



(video a cura di Elena Sorrentino) il testo è orecchiabile e ben si sposa con l’immaginario. Ma quanto è stato difficile per lei integrare due mondi asimmetrici come metrica e calcio, ossia ciò che contempla l’ordine e ciò che al contrario lo infrange? In altre parole, quanto ha impiegato per comporre quella che è una vera e propria opera?


«Quei due mondi non sono poi così asimmetrici: i giocatori di una squadra di calcio sono undici, proprio come le sillabe metriche dell’endecasillabo. E una sana dialettica ordine/disordine è comune sia alla poesia sia allo sport: se la metrica è una “gabbia ordinata”, le licenze poetiche sono “rivoluzione del linguaggio”, ossia frantumazione dell’ordine del discorso; nel calcio, l’ordine degli schemi e delle disposizioni tattiche si concilia benissimo con il “caos creativo” dell’invenzione estemporanea del singolo.
Non ci ho messo tanto, a scrivere Totteide: il poema ha preso forma in uno “slancio amoroso” di appena un mese e mezzo; certo, dietro questi 45 giorni c’è anche… una vita intera di passione per la poesia e passione per il calcio (dovrei meglio dire: passione per la Roma!)».

Il suo scritto richiama alla mente illustri esempi come Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba e – soprattutto – Gianni Brera, per il quale, in effetti, «il vero calcio rientra nell’epica». Che rapporto ha con le opere di questi autori? Le hanno fatto in qualche modo da nume tutelare? A chi si è ispirato in particolare?

«A nessuno in particolare. Ma forse un po’ a tutti. E a quei nomi bisogna anche aggiungere Pindaro, Simonide e Bacchilide (autori degli epinici per i vincitori degli antichi Giochi), Leopardi (“A un vincitore nel pallone”), e altri ancora… Insomma, poesia e sport sono uniti da millenni».

Romano di nascita, ravennate d’adozione. Quanto ha sofferto il distacco dalla Capitale? Non l’ha forse cercata un po’ inconsciamente con la stesura di “Totteide”?


«L’amore per la mia città lo porto sempre dentro. Anche a distanza. Certo, “Totteide” è anche un tributo alla mia patria».

Di recente, in un’intervista a Il Messaggero, lei ha dichiarato di essersi affezionato (anzi, “consacrato”) alla Roma all’età di tre anni, quando cioè suo padre l’ha portata allo stadio per la prima volta, mentre di essersi convinto (anzi, “determinato”) a scrivere il poema nove anni più tardi, addirittura quando Totti non c’era ancora. Ci descriva un po’ quell’attimo…

«Mondiale del 1970, Italia-Germania 4-3. Avevo dodici anni, la vidi in tivù col mio papà; e papà alla fine disse: «È stata una partita “epica”». Non fu il solo, naturalmente, a definirla così; ma fu il primo da cui lo sentii dire. Sì, fu allora che decisi: prima o poi, avrei scritto qualcosa di epico sul calcio. Il progetto prese una forma più definita nel 2001: quando la Roma di Totti vinse lo scudetto. “Se resterà fedele a questi colori” – mi dissi – “scriverò un poema su Francesco”».

Facciamo un salto ai giorni nostri. Pjanic che mostra attaccamento alla maglia ma poi ne preferisce un’altra, Higuain che giura amore eterno ai tifosi ma poi li tradisce: quanto è diverso il calcio odierno da quello di un tempo? Sono davvero tutti mercenari i calciatori?

«Tutti no. Ma certo come Francesco ce ne sono pochi in giro. Sia nel calcio moderno che nel calcio di un tempo. Dello “scorso millennio”, mi viene in mente il grande Gigi Riva, che disse “no” alla Juventus e restò a Cagliari. Nel calcio di oggi, Paolo Maldini e pochi altri. C’è anche da dire - con tutto il rispetto per Maldini, grande calciatore e grande uomo - che restare fedele al Milan, uno dei club più forti e titolati del mondo, è un po’ più facile che restare fedele alla Ro« »
ma… Spero che altri giallorossi seguano l’esempio di Totti».

Una risposta secca: con una Juve del genere, quest’anno la Roma quante chances ha di giocarsi il primo posto? Potrebbe essere finalmente la volta di Dzeko?

«Se faccio un’analisi razionale, la Roma ha pochissime chances. Ma sono un tifoso: e, come tifoso, non pongo limiti ai miei sogni. In Dzeko credo ben poco, a meno che lo spirito di Amedeo Amadei non prenda possesso del suo corpo! Scherzi a parte, spero che Dzeko mi smentisca a suon di gol: sarei il primo a esserne felice».

Ultimamente Spalletti ha un pizzetto che ci ricorda un po’ il suo. Aldilà della battuta, che ne pensa di lui e del modo in cui ha gestito il “caso Totti”? Ma soprattutto: è davvero l’uomo giusto che può dare alla squadra quel salto di qualità che è mancato (ad esempio) con Garcia?


«Spalletti è un ottimo tecnico. Ma non brilla per qualità umane. Il “caso Totti” lo ha gestito malissimo. Per fortuna c’era anche Totti, che invece ha gestito benissimo sé stesso e il tecnico, mettendo sempre l’amore per la Roma innanzi a tutto».

Ci permetta di trascinarla per un attimo in questioni più propriamente tecniche: dia un parere sulla divisione della Curva Sud e, perché no, sul tanto decantato nuovo stadio a Tor di Valle.


«Sono totalmente dalla parte dei tifosi. La divisione della Curva Sud è un’ingiustificabile aberrazione; al punto che arrivo a pensare che il vero obiettivo non sia affatto la sicurezza, ma l’allontanamento dei tifosi dallo stadio. Lo stadio nuovo? Speriamo che sia un mezzo, e non il fine. Intendo dire: un mezzo per far crescere la Roma in potenzialità economiche e sportive; e non il fine di una operazione meramente speculativa…».

Purtroppo il nostro tempo a disposizione si chiude qui. Prima di salutarla, ci dica: a quando la sua prossima (illustre) opera? Riguarderà Francesco Totti e il suo addio al calcio?


«No, ora sto scrivendo qualcosa che non ha nulla a che fare con il calcio. Ma di una cosa sono sicuro: quando Totti appenderà le scarpette al chiodo (spero il più tardi possibile!) mi butterò anima e corpo su “Totteide Libro Secondo”».

Massimo Salvo

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