Approfondimenti

Roma terza: il miracolo laico di Gasperini

Perché non rappresenta soltanto una qualificazione in Champions League. Rappresenta la rara vittoria della competenza sul rumore. Di Emiliano Petrone
Redazione de Il Legionario
inserita un mese fa
347
3:00
182424
Alla fine la Roma non è arrivata quarta. È arrivata terza. E forse è ancora più assurdo così.

Perché il punto non è il piazzamento. Il punto è il percorso. Il punto è che una squadra che per mesi era sembrata sospesa tra l’ennesima rifondazione e la solita nevrosi romana ha chiuso il campionato davanti a club più ricchi, più profondi, più stabili. La Roma di Gasperini non ha semplicemente conquistato la Champions League: ha ribaltato la propria natura.

E a Roma, cambiare natura, è quasi impossibile.

Ci sono città in cui il calcio è gestione. Roma invece è combustione continua. Tutto si consuma più velocemente: entusiasmo, rabbia, leadership, illusioni. Ogni stagione nasce già dentro un racconto apocalittico o messianico. Per questo Gasperini sembrava l’uomo sbagliato nel posto sbagliato.

Troppo duro per una piazza emotiva. Troppo metodico per una città umorale. Troppo ossessionato dal lavoro per un ambiente che spesso preferisce discutere le sensazioni.

E soprattutto troppo poco romanista nel senso sentimentale del termine.

Gasperini non è arrivato promettendo appartenenza. Non ha cercato di sedurre la piazza. Non ha recitato la parte dell’uomo innamorato della romanità. Ha fatto qualcosa di infinitamente più rischioso: ha chiesto fiducia senza concedere teatralità.


La Roma veniva da anni in cui l’identità emotiva aveva finito per sovrastare quella tecnica. La squadra viveva di fiammate, di improvvise scariche di orgoglio. Ma dentro il campionato sembrava sempre incompleta, vulnerabile, incapace di reggere davvero il peso della continuità.

Gasperini ha provato a distruggere questa dipendenza.

Ha preso una squadra che reagiva agli eventi e le ha insegnato a crearli. Una squadra spesso passiva e l’ha trasformata in qualcosa di aggressivo, verticale, feroce. Non perfetto. Mai veramente controllabile. Ma finalmente riconoscibile.

E questa è stata la vera rivoluzione.

Perché il calcio di Gasperini non è semplicemente un sistema tattico. È una forma mentale. Ti obbliga a esporti. Ti costringe a vivere costantemente sul limite. Non puoi nasconderti nel palleggio sterile, non puoi aspettare il talento del singolo come salvezza mistica. Devi correre avanti, accettare il rischio.

In una città terrorizzata dal caos, Gasperini ha insegnato a governarlo.

Ed è qui che nasce il miracolo.

Perché basta guardare il percorso della stagione per capire quanto fosse fragile il terreno sotto i suoi piedi. Ci sono stati momenti in cui tutto sembrava pronto a implodere. Le sconfitte negli scontri diretti, le eliminazioni nelle coppe, il pareggio di Gatti nei minuti di recupero.

Eppure Gasperini non ha mai cercato scorciatoie.

Non ha abbassato il volume delle sue idee per proteggersi. Non ha trasformato la squadra in qualcosa di più prudente per inseguire consenso immediato. Ha insistito. Ossessivamente. Marcature preventive, pressione alta, intensità, coraggio individuale. Tutto quello che a Roma spesso viene percepito come eccesso, lui lo ha reso normalità.

La differenza si è vista soprattutto nelle partite sporche.

Negli anni precedenti la Roma sembrava emotivamente ricattabile. Bastava un episodio negativo perché collassasse dentro la partita. Questa squadra invece ha imparato a rimanere lucida. A restare dentro il proprio calcio anche nei momenti di tensione.

Ed è significativo che al suo primo anno in giallorosso Gasperini abbia vinto entrambi i derby.

Roma-Lazio non è mai soltanto una partita. È una prova identitaria. E la Roma di Gasperini l’ha giocata come fanno le squadre adulte: senza isteria, senza romanticismo autodistruttivo, senza bisogno di trasformare tutto in tragedia preventiva. Nella penultima giornata ha vinto 2-0, si è presa il quarto posto e soprattutto ha dato la sensazione di essere finalmente più forte emotivamente dell’ambiente che la circondava.

Quello è stato il momento in cui si è capito davvero cosa aveva costruito Gasperini.

Non una squadra semplicemente migliore. Una squadra più matura.

E l’ultima giornata ha completato il paradosso.

La Roma non ha chiuso entrando in Champions per disperazione o per incastro favorevole. Ha chiuso terza. Terza. Sopra squadre costruite per stare stabilmente ai vertici. Sopra club economicamente più forti. Sopra realtà considerate più moderne e più solide.

Una squadra che fino a pochi mesi prima sembrava ancora prigioniera delle proprie fragilità.

Per questo ridurre tutto a un “buon campionato” sarebbe quasi ingiusto.

Perché il vero capolavoro di Gasperini non è stato tecnico. È stato antropologico.

Ha convinto Roma ad accettare la disciplina. Ha tolto alla squadra l’alibi dell’emotività permanente. Ha riportato il discorso sul campo in una città che tende sempre a spostarlo altrove: sull’arbitro, sull’ambiente, sulla pressione, sul destino.

Roma spesso si innamora delle proprie ferite. Gasperini invece ha imposto una cultura completamente diversa: quella della responsabilità.

Anche i giocatori sono cambiati dentro questa richiesta continua. Alcuni sembravano persi, altri incompleti, altri ancora troppo fragili per sostenere il suo calcio. E invece la stagione ha progressivamente trasformato la squadra nel riflesso dell’allenatore: aggressiva, orgogliosa, quasi fastidiosa nella sua intensità.

Forse non bellissima nel senso estetico tradizionale del termine. Ma tremendamente vera.

A Bergamo Gasperini aveva costruito una provincia ribelle capace di sfidare il sistema. A Roma ha fatto qualcosa di diverso e forse ancora più difficile: ha provato a dare ordine al disordine.

Non cancellandolo, perché Roma resterà sempre una città eccedente, emotiva, teatrale, ma impedendogli di divorare tutto.

Ed è qui che il terzo posto assume un valore enorme.

Perché non rappresenta soltanto una qualificazione in Champions League. Rappresenta la rara vittoria della competenza sul rumore.

A Roma succede pochissime volte.


Giacomo Cangi




ULTIMI ARTICOLI

Copyright 2016 © By Il Legionario di Elena Sorrentino - Tutti i diritti sono riservati - Vietata la riproduzione non autorizzata