La Sfera dei Capricci

La Sfera dei Capricci: Elogio della sconfitta

Una rubrica di Franco Costantini
Redazione de Il Legionario
inserita 4 mesi fa
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10:00
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O Musa Pedatoria,

o Sfera dei Capricci:

raccontaci una storia,

del grande calcio dicci…

 

 

Il trionfo e l’insuccesso - diceva Kipling - sono due impostori, e vanno trattati allo stesso modo. Quel che conta davvero è il “come” si lotta, è il tentare di rialzarsi dopo le cadute, è la dignità di chi mette tutto sé stesso nel cercare di raggiungere un obiettivo. A prescindere dal risultato.

Ecco perché tratterò allo stesso modo (con due elogi) la vittoria contro la Spal e la sconfitta a Liverpool.

 

*

 

Spal Roma 0-3

(ovvero: Elogio della vittoria)

 

Una vittoria in scioltezza, caratterizzata da due “prime volte”. Per dirla in endecasillabi:

 

Per Patrik Schick la rete della svolta!

Va in gol in campionato, finalmente!

E Gonalòns ha per la prima volta

sulla pagella un voto sufficiente.

 

*

 

Liverpool Roma 5-2

(ovvero: Elogio della sconfitta)

 

Vorrei innanzitutto citare un pensiero di Rosaria Gasparro (tale pensiero è spesso attribuito - erroneamente - a Pasolini):

 

«Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti (ogni riferimento a squadre pluri-scudettate è puramente casuale ma pertinente, ndr), di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco».

 

Ecco. A prescindere da ogni altra considerazione (che comunque faremo!), sia dunque lode a questa sconfitta per 5-2.

Ma ora analizziamo come è maturata, questa debacle… C’è qualche attinenza con la semifinale d’andata col Barcellona:

a) anche lì perdemmo con 3 gol di scarto;

b) anche lì ci furono sfortuna e disattenzioni (allora, gli autogol di De Rossi e Manolas e la papera di Gonalons; ora, la jella della traversa di Kolarov e le ripetute amnesie difensive);

c) anche lì la direzione arbitrale lasciò a desiderare (al Camp Nou ci negarono due rigori; all’Anfield due gol dei “Reds” dovevano essere annullati, uno per fallo su Strootman, l’altro per fuorigioco).

 

Ma le attinenze finiscono qui. Perché a Barcellona la Roma giocò benissimo, e non avrebbe meritato di perdere; a Liverpool, invece, i giallorossi hanno tenuto bene il campo solo nei primi 20 minuti e nel quarto d’ora conclusivo. Per il resto sono stati letteralmente travolti dagli inglesi, che hanno dominato sul piano del gioco; e proprio il gioco ha legittimato - al di là delle reti irregolari - il punteggio finale.

 

Tutti gli uomini hanno il “diritto” di sbagliare, di essere stanchi, di andare in confusione. I giallorossi lo hanno fatto, coralmente, dal ventesimo minuto fino al settantacinquesimo…

Ma poi sono stati commoventi: il parziale di 5-0 poteva essere la tomba definitiva di ogni scintilla spirituale; ma i Nostri hanno trovato le energie per reagire, e hanno recuperato due gol. Due gol che consentono una debole speranza per il ritorno. In genere i miracoli non si ripetono, è vero. Ma quello che importa è provarci.

 

Immaginiamo che il colpo di testa di Manolas contro il Barça, quello che ci ha portato alla semifinale, non avesse centrato la porta. Immaginiamo che si fosse stampato sul palo… L’impresa della Roma non sarebbe stata meno epica, ai miei occhi; e io sarei stato ugualmente orgoglioso (pur nell’eliminazione) di essere un tifoso giallorosso. Oggi, dopo il 5-2, sono ancora orgoglioso. Coltiverò la speranza (pur debole) che al ritorno la Roma faccia il prodigio-bis.

Se poi saranno i “Reds” ad andare in finale, onore a loro. Forse sono più forti (almeno nella congiuntura). Ma, su un altro piano (non quello dei due “impostori” di Kipling, Vittoria e Sconfitta), niente, proprio niente, è più forte di questo magico bifronte: Roma = Amor.

 

Per elogiare la sconfitta, vi propongo otto endecasillabi.

(N.B.: Nell’ultima quartina si usa l’aggettivo “macra”, che è variante arcaica di “magra”; cfr. Dante, Paradiso, XXV, vv. 1-3: «Se mai continga che ’l poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra, / sì che m’ha fatto per molti anni macro…»).

 

Non cadere è possibile, se “appoggi”

poteri oscuri danno ai vari Moggi…

Chi cade è umano, ma divin diventa

se di rialzarsi ogniqualvolta tenta.

 

La Roma cade male in Inghilterra,

e rischia la figura brutta e macra,

ma nel finâl le file sue rinserra,

e la sconfitta quel lottar fa “sacra”.



Franco Costantini


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